L’Italia è tra i primi paesi europei a bloccare fino al 31 Dicembre 2023 l’impiego del riconoscimento facciale nella videosorveglianza.

Certo, è una decisione in via temporanea, ma comunque importante: l’Italia è tra i primi paesi europei a vietare l’installazione e l’utilizzo di sistemi di riconoscimento facciale, ovvero quei sistemi di identificazione basati sulle peculiarità biometriche dei volti.

Una decisione importante che colma temporaneamente un vuoto normativo

Il tema dell’impiego del riconoscimento facciale è molto spinoso e ormai da qualche anno è in corso un dibattito che vede confliggere tendenze diverse: protezione privacy, sicurezza pubblica, limiti tecnici degli algoritmi di riconoscimento. Le istituzioni sul tema sono andate in ordine sparso: San Francisco ad esempio è stata la prima città ad aver messo al bando l’uso del riconoscimento facciale, sottolineando come questa tecnologia tocchi temi etici e politici delicati come la sorveglianza di massa, la profilazione razziale, la privacy ecc…Questo accadeva però in contemporanea all’adozione, da parte di molte Forze di Polizia nel mondo, di software di riconoscimento facciale, alcuni anche molto controversi…

In assenza di una normativa chiara sono state le Big Tech a mettere un freno: nel 2020, nell’arco di pochi giorni, IBM, Amazon e Microsoft hanno annunciato lo stop alla fornitura di servizi e software che utilizzano i loro algoritmi di riconoscimento facciale a Governi e Forze dell’ordine. Amazon sottolineò il vuoto normativo:

“Esortiamo i governi a varare leggi più severe sull’uso etico di queste tecnologie di riconoscimento facciale”.

Gli fece eco Microsoft:

”(la sospensione durerà) fino a quando non avremo una legge nazionale basata sui diritti umani che governerà questa tecnologia”.

La decisione delle Big Tech fui presa in fretta e furia sulla scia delle proteste per la morte di George Floyd a Minneapolis: proteste che avevano travolto anche l’uso del riconoscimento facciale perché esageratamente invasivo e responsabile di una profilazione di tipo razziale.

Per approfondire > Amazon, Ibm, Microsoft: le 3 big decidono di sospendere le vendite dei loro software di riconoscimento facciale

Un altro evento scatenante: l’impiego negli USA del software ClearView

Anche se in ordine sparso, negli ultimi due anni varie istituzioni hanno iniziato a limitare / vietare l’uso del riconoscimento facciale. Sul punto ha pesato anche un attacco informatico subito dal software ClearView AI, che l’EDPB ha dichiarato non a caso illegale.

ClearView è un software di riconoscimento facciale utilizzato da alcune Polizie nel mondo (soprattutto negli Stati Uniti) il cui database di volti ha il grande vantaggio di essere enorme rispetto a quelli comunemente usati dalle forze dell’ordine. Il motivo è semplice: ClearView costruisce il proprio database saccheggiando le immagini social che gli utenti pubblicano spontaneamente nel web. Non solo: il New York Times, che ha potuto analizzare il codice alla base dell’applicazione, ha fatto sapere anche che questo ne permette l’utilizzo su occhiali a realtà aumentata: l’utente sarebbe potenzialmente in grado di identificare ogni persona che osserva.

L’attacco informatico ha portato al furto del database dei clienti di questo controverso software e si è così scoperto che questo era in uso a svariate Forze di Polizia negli USA e non solo, e che stava preparando lo sbarco sul mercato Europeo.

Per approfondire > Rubata la lista clienti di Clearview, l’app per il riconoscimento facciale che mette in allarme gli esperti privacy

In Italia c’è un precedente: il Garante boccia il sistema SARI

Il SARI Real Time, acronimo per Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini, è un sistema di videsosorveglianza in uso al Ministero dell’Interno, dipartimento di Pubblica Sicurezza, che consente i analizzare in tempo reale i volti dei soggetti che finiscono nel raggio di azione delle telecamere. Consente anche la possibilità di registrare immagini ed è una evoluzione di quello già in uso alla scientifica.

Il Garante per la Protezione dei dati personali lo ha dichiarato non conforme alle normative privacy nell’Aprile di quest’anno. Certo, la motivazione alla base di questa decisione è il fatto che il SARI permette un trattamento automatico su larga scala di dati personali sensibili (biometrici, ma anche politici, religiosi ecc..), mentre questi dati godono di una tutela rafforzata. Ma il Garante ha dovuto in prima battuta far notare l’assenza di un quadro normativo chiaro entro il quale strumenti come il SARI Real Time possano collocarsi: in assenza di norme certe, le rassicurazioni del Ministero dell’Interno non sono sufficienti, ha specificato.

Per approfondire > Niet del Garante al Ministero dell’Interno: bocciato il sistema di riconoscimento facciale SARI

E infine… arriva la moratoria (temporanea)

Eccoci ad oggi, ovvero alla sospensione dell’impiego del riconoscimento facciale fino al 31 Dicembre 2023, in attesa che venga approvata una specifica normativa. La sospensione è contenuta nel cosiddetto “Decreto Capienze”, DL 139/2021 all’art.9.

Ecco qualche dettaglio:

  • la sospensione non distingue la videosorveglianza in tempo reale dall’uso retrospettivo delle immagini. Sul punto la normativa non è affatto chiara, ma si può supporre si stia parlando di videosorveglianza in tempo reale;
  • la normativa prevede il divieto sia di uso che di installazione di dispositivi con tecnologia di riconoscimento facciale. Insomma, sono illegali anche se disattivati o spenti;
  • il divieto non si incentra sull’uso di strumentio di intelligienza artificiale, ma sul trattamento di dati biometrici. Per una volta la normativa parla chiaro ed evita elusioni;
  • la sospensione vale per luoghi pubblici o aperti al pubblico. Questo rende quindi possibile l’installazione e l’uso di sistemi di riconoscimento facciale in contesti diversi.
L’eccezione che conferma la regola

La moratoria non pone distinzione tra soggetti pubblici e privati e si applica alle aziende come allo Stato, ma non si applica

“ai trattamenti effettuati dalle autorità competenti a fini di prevenzione e repressione dei reati o di esecuzione di sanzioni penali di cui al decreto legislativo 18 maggio 2018, n. 51, in presenza, salvo che si tratti di trattamenti effettuati dall’autorità giudiziaria nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali nonché di quelle giudiziarie del pubblico ministero, di parere favorevole del Garante”.

In generale quindi alle autorità sarà necessario un parere favorevole del Garante: parere che invece non servirà al Pubblico Ministero e alle autorità di polizia.

Fonte:
https://www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.3374.18PDL0164830&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=3374-e-sede=-e-tipo=


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